Testi Critici

 

 Ils nous menent en bateau

Chantal de Jaeger

ebbraio 2017

 

 Il y a toujours dans ses ouvres une tres grande poesie pour interpreter l

enfance dans ce qu ellea de plus merveilleux comme souvenir. Sour oevre est un constat sans drame d actions, de memoires, d instants, ou elle a percouune emotion qui s est installe en elle. Aussi,elle est nee et a vecu dans un ville d eaux pour installer dans un ville de mer. Nous ne serons donc pas etonnes que  impose a elle cette nouvelle serie d ouvres qui sera esposee et dont le theme est "les bateaux". En s attardant au-dela de l aspect visuel, c est le voyage qu elle simbolise et rejoint par cela un sujet d actuilite. Il y a des

voyages que l on decide et autres qui s imposent sur nous...

 

 

 

 

 

Lo scultore Constantino Nivola ha definito la sua infanzia come un’età magica, serbatoio di memorie preziose. Ha scritto, ripensando il suo percorso artistico:… “tutto quello che mi è successo in seguito l’ho inventato per quell’età”

Verena parlando del tema del gioco, cosi presente nel suo lavoro, aggiunge una riflessione illuminante:… Nel gioco il bambino entra dentro di sé, vive la sua interezza che perderà, inevitabilmente, nello svolgersi dell’tempo”.

Questo pretesto poetico può forse essere uno degli scenari sul quale si animano le sue opere, le quali si presentano ed attraggono, ulteriormente, per la loro precisa individualità che le distingue in quella complessa arte che è la scultura.

Convivono in esse  invenzione creativa, maestria tecnica, potere seduttivo che proviene dalle materie usate, pietra, legno, metallo. Infatti lei appartiene a quella tradizione di scultori che lavorano con la materia piuttosto di contra di essa.

Per lei si può parlare di originalità stilistica non fine a se stessa, ma evocatrice di verità essenziali: ripensare, tra tante frantumazioni, un’armonia ed un’interezza perdute, riscoprire la complicità del gioco. Opere  di intonazione intima e privata, propongono una quotidianità non priva di stupore, parlano di valori umani universali.

Così un albero con pale di marmo che non si muovono al vento, suggerisce l’energia che viene dalla natura; una grande girandola, monumento al gioco, vorrebbe catturare l’aria; una barchetta di marmo il cui pozzetto nasconde un mistero, adagiata su un carretto, vorrebbe arrivare al mare.

Aspettano sguardi e mani per incominciare la loro storia.

 

settembre 2008 per la mostra

Amare                                                                Giovanna Riù

 

 

 

Con la sua sensibilità nordica e lasua vasta esperienza artigianale l'artista maschera da oggetti 'uso e arredo le sue sculture.Sono rulli, tamponi, matrici in marmo, borse realizzate in legno, ma anche veri e propri "luoghi" dell'abitare ni quali lnvito ad una interazione con lo spettatore si fa manifesto e continuo gioco virtuale. Cosi in questi oggetti d'uso comune decontestualizzati o modificati di scala si fa strada un ironia sottile che ribalta il senso della visione e avverte di significati plurimi e nascosti. ..

 

marzo 2008 per la mostra                                                   Anna Laghi

Formato 8 marzo: Scolpire 2008

 

 

Collane di pensieri

 

Le opere presentate da Verena in questa mostra sono frutto di un anno di lavoro. Un solo anno in cui oltretutto, la nostra giovane e aguerrita  artista ha messo al mondo una bella bambina delle guance rosse e ha fatto crescere il suo primo figlio, che ora fa bellissimi disegni con le storie di Ulisse, e degli eroi di Omero, grazie anche a un papà, e a  una mamma  che anchora si divertono a raccontargli le favole invece di parcheggiarli davanti alla televisione.

Per iniziare di parlare delle sculture di Verena vorrei cominciare  proprio da un disegno di suo figlio, ispirato dall'episodio dell'Odissea in cui Ulisse, chiamato da Penelope a dare  una prova della sua identità, ricorda come ha costruito la sua casa: un letto scolpito nel ceppo di un grande olivo e intorno, a poco a poco, le mura in pietra (Omero,Odissea XXIII, 175-205) Nel disegno del piccolo Damiano il leto-olivo torneggia al centro della stanza, con le pareti e le finestre che si  squadernano in prospettive vertiginose, ma se non ci fosse quel grande tronco al centro di tutto, le pareti, le persone, le cose svanirebbero nel nulla. La vita dell'uomo, la sua storia, fino agli estremi confini dell'avventura e dell'immaginazione("Considerate la vostra semenza; fatti non foste a vivere come brutti, ma per seguir virtute e conoscenza" Dante, Inferno, XXVI, 118-119) non sono altro, che un innesto nel grande ceppo della Natura, e alla Natura, alle grandi radici dell'olivo, dobbiamo sempre tornare, per ritrovare energia, e riprendere il cammino.

Nelle sculture di Verena c'è prima di tutto questo: una grande energia. Non l'energia brutale o stentata di tanta arte contemporanea, ma quella che deriva da una ardita meditazione, e da un paziente esercizio: Verena, come ogni brava artista, è un po' Ulisse, con la sua insaziabile voglia di esplorare, ma è anche un po' Penelope, che ogni notte ritessa la drama della sua tela, e diffende con i denti e con le unghie il grande letto nell' ulivo.

Qualche giorno fa, a Carrara, ho provato di farmi raccontare da Verena le storie delle sue sculture. Mentre la sua bambina trovava il modo do catapultarsi dall' passegino, divorare il contenuto di un posacenere, sperimentare le mille insidie della mia cucina, lei mi spiegava  alcune cose che ora cerco di raccontarvi. Inanzitutto è evidente che queste sculture sono tutte collegate tra loro: L'idea della "Collana", che è il motivo figurativo di molti di esse, vale anche come struttura narrativa dell'intera mostra. Più a un percorso somiglia, appunto, a una collana con un "filo" conduttore, e una serie di opere, che sono le sue perle. Ma il filo conduttore qual'è? Ovvero, qual'è la idea che unificà le varie manifestazioni: é l'idea, di una circolarità implicita nella natura e nella storia. l'uomo compie i suoi atti e costruisce i suoi simboli in analogia all'operazione della natura, cosi' , ad esempio, se io vedo un arcobaleno, sono tutto felice perche capisco, che la tempesta è finita e il sole, filtrando tra le nuvole, mi regala quell bellissimo arco fatto di tutti colori dell'iride. Da qui a decidere  che il arcobaleno è il "Segno" della conciliazione tra il cielo e la terra, se si vuole tra Dio e l'Uomo, il passo e breve. Il passo successivo è, per un'artista, dipingere un'arcobaleno o scolpire un'arco: In questo modo lui riporta quel pensiero nel mondo delle manifestationi sensibili, quindi in definitiva nella natura. E il cercio si chiude. L'arte sommiglia molto in questo suo percorso a un Ouroboros e è anche una "Collana", tanto e vero che i Egizi e i Etruschi, lo usavano spesso  come motivo figurativo per i loro monili.

Già, gli Etruschi. Me ne stavo quasi per dimenticare. Arturo Martini diceva che gli Etruschi preparavano la creta per le loro terracotte"Come le nostre donne preparavano la pasta per i tortellini", una sfoglia tagliata con una rotella e usata per comporre le varie parti per la scultura. Questo pensiero di Arturo Martini ci spiega come le operationi della scultura nascono a volte dall'uso estetico di tecniche manuali della vita quotidiana.  Ora, come già notava  il nostro grande scultore, questi operazioni sono in gran parte retaggio di una cultura "femminile", che l'evoluzione della società industriale sta letteramente cancellando dalla faccia della terra: preparare i ravioli, intrecciare le corde e le ceste di vimmini, lavorare a maglia, tutte attività che richiedono pazienza, metodo, gusto, creatività ma sopratutto tempo. Le sculture di Verena ci fanno riflettere anche su questo: una delle sue preziose collane è inserita in una maglia intessuta di fili di rame; le corde di canapa che sostengono i suoi "penduli" sono ritorte in cima come le corde delle navi. Anche la strattegia seriale con cui sono pensati e realizzati i singoli elementi delle collane ci riporta a una mentalità artigiana, ma forse anche più arcaica e contadina, in cui i semplici oggetti della vita quotidiana devono la loro bellezza all'impossibilità di essere uguali. In questa loro diversità acquistano identità e naturalezza, dal momento che anche in natura non esistono due foglie o due gocce di piggia asssolutamente identiche.

Non si tratta di nostalgia per il passato, ma della piena coscienza di un rapporto con la materia, con la forma, con il tempo, con il significato dei gesti e dei comportamenti umani che l'evoluzione della società' sta stravolgendo. e spesso senza offrire nulla in cambio, se non la triste sensazione di non saper piu 'usare le proprie mani, e di dipendere da una serie di strumenti e di oggetti dei quali in realtà non conosciamo il funzionamento. La scultur di Verena materializza questo pensiero, senza fare retorica e senza sbrodolarsi sui bei tempi andati, ma semplicemente facendoci rivivere le sensazioni fortissime del fuoco che taglia il ferro, lasciando angoli vivi, dei suoi ferri che si puntano contro il legno impossibile dell'ulivo, che piu' dolcemente incidono delicate tessiture nelle pregiate essenze degli alberi di frutto, che scoprono e mettono al vivo i colori e le nervature del castagno e dell ciliegio.

Usare le mani aiuta a pensare e a ricordare. Mentre lavora, quante belle storie vengono in mente a Verena! Le favole dei fratelli GRimm, le Parche che filano il destino degli uomini, le rocce viste nei suoi viaggi in Sardegna, che dolcemente formano collane di pietra e le ricordano la forma degli atolli di corallo, e poi i ricordi d'infanzia: i bastoni adorni di vetri colorati nei giardini contadini in Germania, una transenna coin grosse corde che la colpisce durante la sua prima visita ad un museo... La dolce determinazione con cui Verena affida i suoi pensieri al legno e  alla pietra permette alla materia scelta di superaqre la sua sacrosanta diffidenza erso chi la lavora. Sempre piu spesso le sculture che si vedono in giro nelle mostre e nelle gallerie si mostrano a noi come oggetti freddi, piu' simili a frullatori e lavatrici, ma, a differenza di questi ultimi, privi di alcuna utilità. Molte sculture vengono affidate  a specialisti che riproducono esattamente il modello, in marmo o in bronzo, in qualsiasi dimensione. In questo naturalmente non ci sarebbe niente di male, se non fosse che lo scollamento tra pensiero e azione richiede una saldezza di principi estetici e una maestria tale in tutte le fasi del lavoro che a qualità autentica di un'opera d'arte si raggiunge molto raramente.

E allora bisogna ringraziare chi, come Verena, ci ricorda che la scultura è fetticio, è idolo, è qualcosa di sacro e di magico, trentamila anni piu' antico della pittura e quarantacinquemila anni piu' antico della parola scritta. La scultura ha resistito impavida a tutti i linguaggi che si sono succeduti nella storia, e oggi è piu' che mai giovane e bella , perche molto prima degli altri ha venduto la sua anima al diavolo. La scultura di Verena , e di altri giovani artisti-stregoni che si spezzano le mani sul legno e sulla pietra, è dunque anche una sfida a chi di questo antico e prodigioso mestiere vorrebe fare una lingua morta.

 

 

marzo 1998                                                               Valerio Rivosecchi